Brucio dentro… forse è l’iperbole

L’iperbole è una figura retorica che consiste nel portare all’eccesso il significato di un’espressione, amplificando o riducendo il suo riferimento alla realtà per rafforzarne il senso e aumentarne, per contrasto, la credibilità.

Tradizionalmente l’iperbole coincide con l’esagerazione, cioè col proferire un enunciato in cui il riferimento alla realtà è reso calcolatamente incredibile proprio per intensificare l’espressione di partenza fino a portarla al massimo o al minimo grado, con effetti di varia natura, anche ironici e paradossali.

Prescindendo dal campo letterario puro, che qui non analizziamo, ecco alcuni esempi:

“amare da morire”

“aspettare da una vita”

“aspettare un secondo”

“essere stanco morto”

“salire alle stelle”

 

e anche in ambito pubblicitario:

“Dash: più bianco non si può”

“S. Pellegrino, un’aranciata esagerata”

 

Si tratta di espressioni che si caratterizzano per l’evidente impossibilità di essere ‘prese alla lettera’. I latini chiamano l’iperbole superlatio, e con questo termine viene appunto indicata quell’espressione che serve per accrescere o diminuire qualcosa oltre la verità. L’iperbole è infatti una ‘bugia’ che non vuole ingannare: per realizzarla occorre deformare la realtà, senza tradirla.

Va sottolineato come nella cultura di massa l’iperbole trova facile alimento nei testi pubblicitari e in quelli parodico-comici. Si presenta anche nelle canzoni, confermando la tendenza ottocentesca a intensificare il valore emozionale delle informazioni (ad es., espressioni come “mi costa una vita”, riferita a una motocicletta, in Lucio Battisti, o “bussò cent’anni ancora alla tua porta”, in un testo di Fabrizio De Andrè).

Lo stesso – e in maniera più raffinata – può valere per il discorso politico, i cui meccanismi iperbolici sono molto più complessi e comportano un insieme di tecniche argomentative che orientano lo spettatore.

 

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