Dalla “festa della mamma” di istituzione fascista alla “festa di chi ti vuole bene” per le famiglie non tradizionali. La retorica è sempre d’aiuto

Forse pochi lo sanno, ma la festa della mamma in Italia (all’estero aveva radici protestanti e pacifiste) è una festa fascista. Si chiamava “Giornata nazionale della Madre e del Fanciullo” e fu festeggiata la prima volta il 24 dicembre 1933, quando vennero premiate le madri più prolifiche, in nome della politica della famiglia voluta dal regime (la data fu scelta per la vicinanza al Natale e alla natalità).

La giornata fu indetta dall’allora governo fascista per premiare la maternità, “vertice dei valori spirituali ed affettivi”, e per dimostrare “il grande amore che il Duce ha per i suoi figli”. Nell’occasione vennero premiate, con una visita nella capitale, le 93 madri più prolifiche d’Italia e, dopo essere state ricevute dal Papa e successivamente da Benito Mussolini, esse ritirarono direttamente dalle mani del Duce un premio in denaro.

Le donne, allora più che mai, furono chiamate a compiere la loro missione di madre, o meglio di riproduttrici, in nome del più altisonante impero. Il Duce, istituendo la Giornata della Madre e del Fanciullo, si era ispirato a concetti di ordine ideale, morale e politico per stimolare negli italiani, con retorica verbale e visiva, il senso della discendenza, per consolidare l’istituto della famiglia quale fondamento dello stato, per stimolare l’incremento della natalità poiché il “destino delle nazioni è legato alla loro potenza demografica”.

Oggi, a oltre 80 anni di distanza, la retorica guida sempre le scelte in tema di “Festa della mamma”. E difatti nel 2016 si arriva alla “Festa di chi ti vuole bene”, pensata in qualche istituto scolastico di Piemonte ed Emilia per non turbare gli animi dei bambini di famiglie non tradizionali, e realizzata attraverso un intervento retorico sul nome stesso della festa.