Parole ostili e insulti. L’evoluzione (?) del linguaggio politico

Dal “Vaffa day” in poi (fino al più recente “Buffone!” di Saviano) abbiamo iniziato ad abituarci all’idea che alla politica corrisponda un linguaggio sempre più scurrile, in cui insulti e offese di ogni genere sono all’ordine del giorno. Ma c’è da chiedersi se l’utilizzo dell’aggressività verbale e linguistica intercetti efficacemente il malumore degli elettori e l’apprezzamento delle masse, ed anche cosa nasconda.

Dai primi anni del nuovo millennio in poi (secondo il rapporto redatto da Demos & Pi sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni negli ultimi quindici anni) la fiducia nelle istituzioni è notevolmente calata. Tale sentimento di disillusione ha generato nei cittadini “rabbia, delusione e distanza”. Tre parole chiave che da diversi anni a questa parte ricorrono spesso e i cui effetti si possono toccare con mano. È a questo punto che la politica ha iniziato ad avere una reazione nel tentativo di intercettare quella rabbia trasformandola in consenso elettorale.

Dall’incomprensibile “politichese” che contraddistingueva le grigie performance oratorie dei politici italiani del secolo scorso, si è dunque passati nel 1994 con Silvio Berlusconi ad un linguaggio più diretto e più semplice (che coincide non a caso con un utilizzo nuovo della televisione in politica). Le parole ostili invece coincidono in politica con l’avvento dei social media, i quali richiedono brevità, semplicità e incisività e non pongono un argine a questa rabbia che i cittadini provano nei confronti della politica. Si arriva dunque al V-day, al termine “coglione” (utilizzato dall’allora Presidente del Consiglio uscente) utilizzato nel 2006 per descrivere gli elettori di centrosinistra, al “meglio fascista che frocio” e così via, fino al “Buffone!” di Saviano al ministro Salvini.

Il linguaggio ostile riesce effettivamente a creare consenso elettorale? Si può leggere in proposito un interessante intervento di Giovanni Diamanti, political strategist, che ha recentemente analizzato il panorama della comunicazione politica oggi. E che è pronto a scommettere sul fatto che gli attuali “eccessi” saranno tra qualche anno solo un ricordo, una parentesi (negativa) della comunicazione politica, nella quale prevarranno i frame positivi.

Noi di Retorica-mente ci permettiamo di aggiungere che la comunicazione politica utilizza le cosiddette “parole ostili” e una generale aggressività verbale cercando in realtà di nascondere il vuoto che la contraddistingue, l’assenza di contenuti adeguati e di una adeguata formazione culturale e politica. Ben venga indubbiamente – e non solo in politica – un linguaggio più semplice e diretto, ma la comunicazione politica attuale è una esasperata fiera di ostilità ed insulti, di fallacie argomentative, di incapacità.

Le parole hanno un potere grande: danno forma al pensiero, trasmettono conoscenza, aiutano a cooperare, costruiscono visioni. Ma le parole possono anche ferire, ingannare, distruggere, emarginare. Ecco perché dobbiamo usarle bene e consapevolmente, sia nel mondo reale sia in Rete. E ancora di più nella politica. Ma per essere bravi, occorre sempre prima studiare…

 

Giovanni Barbato, “Le parole ostili: così cambia il linguaggio della politica” – Sentichiparla – Leggi l’articolo

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