Oscurità linguistica ed esercizio del potere: quando l’obiettivo è non farsi capire

Quali sono le connessioni tra linguaggio e potere? O, meglio, fra oscurità linguistica ed esercizio del potere? Qual è il limite che divide il ‘convincere’ dal ‘manipolare’?

Le parole dei giuristi, più di altre, non si limitano a descrivere fatti e comportamenti: li provocano esse stesse. La lingua del diritto è potentemente creativa, poiché genera norme, atti amministrativi, contratti e sentenze: essa, insomma, incide direttamente sulla vita delle persone, modificandola. Nel capitolo 5 («Oscurità delle leggi») del trattato “Dei delitti e delle pene”, Cesare Beccaria chiarisce il nesso fra oscurità linguistica ed esercizio del potere. L’oscurità delle leggi, in particolare, è un male: un male che diventa «grandissimo, se le leggi siano scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni pochi» (si veda il nostro post sul ricorso alla lingua straniera in particolare nel contesto politico-legislativo).

Nell’ambito di queste riflessioni è particolarmente interessante l’articolo a cura di Maurizio De Tilla sul linguaggio dei giuristi e sulla funzione (moderna) della retorica.

 

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