“Ultimo tango a Parigi” e la retorica

“Ultimo tango a Parigi” (1972), di Bernardo Bertolucci, è ritenuto un film capolavoro. Ma è forse ricordato, più che per i meriti cinematografici, per il connubio di sesso e scandalo che ha rappresentato negli anni ’70 e non solo. Eppure, è particolarmente interessante anche per noi di Retorica-mente, grazie alle possibilità di evidenziarne momenti e figure retoriche particolarmente significative.

Il film è infatti metafora della passione selvaggia e sfrenata fra due sconosciuti.

È inoltre allegoria dell’incomunicabilità e dell’isolamento esistenziale cui l’umanità è destinata. L’allegoria è relativa all’impossibilità degli esseri umani, simili alle monadi di Leibniz, di incontrarsi veramente, di capirsi, di conoscersi, anche nei gesti della massima intimità quali quelli relativi al sesso.

Il paradosso è reso esplicitamente nelle scene del film in cui i due protagonisti non sanno assolutamente nulla l’uno dell’altro, nemmeno il nome, e questi due perfetti sconosciuti, in un ossimoro portentoso, sono nell’atto sessuale uniti in un’unica entità, consapevoli dei più reconditi segreti dell’altro.

L’antitesi perfetta quindi tra la loro incolmabile distanza spirituale e la loro vicinanza fisica, fra le loro anime e i loro corpi.

Il sesso è poi un simbolo di reazione al conformismo del mondo circostante.

I protagonisti di questo film, come quelli che seguiranno, sono icone di esseri umani alla deriva, quasi sbandati, la cui unica via d’uscita è la trasgressione.

 

FONTE: “Ultimo tango a Parigi: il sesso, lo scandalo e la catarsi nel capolavoro di Bertolucci”, Polisemantica, 1° ottobre 2018 – Leggi l’articolo

 

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