Il caso della cooperante rapita, un noto giornalista del Corriere e una figura retorica sbagliata. Ecco cosa può accadere

In settimana lo scrittore e editorialista del Corriere della Sera Massimo Gramellini, sulla prima pagina del quotidiano, dedica il suo consueto (e solitamente ironico) fondo a Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya. La sua intenzione è di difenderla da quanti (riassumendo banalmente) l’accusavano di essersela andata a cercare, e utilizza una figura retorica, l’antifrasi, che consiste nella affermazione di un concetto espresso attraverso la sua negazione (detto più semplicemente: fingo di dar ragione a un pensiero che non condivido per poi poterlo negare meglio).

Ma lo fa, diciamo, in malo modo: l’attacco del pezzo sembrava infatti dar ragione ai suoi accusatori. E allora Gramellini, sommerso dai critiche e opposte interpretazioni, il giorno dopo (23.11) esce con nuovo pezzo facendo quello che, in un contesto retorico “riuscito”, mai dovrebbe essere necessario fare: spiegare.

Paolo Madron su Lettera43 ripercorre la vicenda in un articolo di grande interesse, spiegando come una figura retorica utilizzata forse in malo modo abbia portato al tutti contro tutti, detrattori e sostenitori, e relegando il fatto ai margini di tutta la storia.

 

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