Cosa è rimasto di Sanremo? Certamente non i testi delle sue canzoni

Sanremo è dunque finito. Così, a mente fredda e senza interferenze e condizionamenti sonori, è possibile valutare la caratura delle liriche ascoltate.

Lo fa Massimo Del Papa su Lettera43, in un articola che (giustamente) stronca la quasi totalità dei testi. Si distinguono solo Cristicchi che con Abbi cura di meè una preghiera, una elegia, l’ammissione di una fragilità che si sublima nell’abbandono. Qui le figure retoriche abbondano, congeniate in modo felice: tutto scorre in un equilibrio fragile e delicato. La musica è un’aria d’opera, ma le liriche, fortemente cadenzate nel cantato, in realtà vivono anche da sole: tutto ciò si chiama poesia.

Ma se si guardano altre canzoni e ‘versi’, lo sconcerto è reale. Si va da qualche assonanza o rima sporcata un po’ andante («ti aspetto come i lidi aspettano l’estate/come le mogli dei soldati aspettano i mariti») e immagini sullo spericolato («come una mamma aspetta quell’ecografia») (Per un milione– BoomDaDash), a «La superficialità dei tuoi sguardi mi uccide»; «Io ti giuro che se te ne vai cancellerò il tuo nome» (Parole nuove– Einar), a «La vita adesso è un ponte che ci può crollare» (Nonno Hollywood– Enrico Nigiotti). E ancora: «dormir con te stanotte è importante/perché ci vogliamo bene» (Solo una canzone– Ex-Otago); «siamo il sole in un giorno di pioggia» (Musica che resta– Il Volo).

Il livello medio appare davvero povero, addirittura preoccupante. D’accordo: Sanremo non è tutta la musica italiana, sottolinea Del Papa, ma non è neppure vero che sia un pianeta a se stante. Al contrario, è ormai un calderone onnicomprensivo, dove tutti i generi e tutti i segmenti, dal pop mainstreamall’indie, confluiscono. E il livello, dei testi in questo caso, è tragico.

Tragico com’è la distanza da testi come questo, di un Autore che si è sempre tenuto ben lontano da Sanremo, e che Sanremo quest’anno ha francamente bucato nell’omaggiare (a distanza di 20 anni dalla morte):

“Quando la Morte mi chiamerà

forse qualcuno protesterà

dopo aver letto nel testamento 

quel che gli lascio in eredità”

Con questi versi inizia Il testamento, brano scritto da Fabrizio De André nel 1968. L’Autore genovese ci ha lasciato un testamento fatto di poesie, impegno civile e ideali di altissimo valore, con vette mai più raggiunte quanto all’uso di retorica e linguaggio.

Purtroppo, di questo testamento gli artisti di Sanremo 2019 non hanno fatto buon uso.