Appesi a dei puntini…

Umberto Eco definiva “sciagurati” i punti di sospensione (sì, esattamente: quelli del titolo…), arrivando addirittura a distinguere tra scrittori e non-scrittori proprio in base al loro uso. I primi (gli scrittori veri) perché usano i puntini solo alla fine di una frase per indicare che il discorso potrebbe continuare; i non-scrittori perché li usano invece per “farsi perdonare” una figura retorica magari troppo azzardata (mostrando così indecisione, insicurezza). Il non-scrittore – chiosava Eco – “usa i puntini come lasciapassare: vuole fare la rivoluzione, ma con l’autorizzazione dei carabinieri”.

Dal punto di vista grammaticale, i puntini sono sempre e solo tre (e non due, e non quattro, come spessissimo spuntano), e indicano sospensione, reticenza, allusività. E, purtroppo, rappresentano sempre più un segno abusato, richiedendo invece moderazione e pertinenza nel loro uso.

I puntini di sospensione usati a sproposito sono come un accennare al tutto senza affermare nulla. Se in eccesso, possono indicare dubbio, indecisione, oppure la necessità di riempire degli spazi che non si sa come colmare, presi dal vago timore di un vuoto che potrebbe essere divorante.

Piuttosto, il (corretto) segno dei (tre) puntini rappresenta graficamente la figura retorica della aposiopesi o reticenza (dal gr. aposiṓpēsis, dal verbo aposiōpáō “mi interrompo, taccio”; in latino si traduce reticentia “reticenza”), che consiste nell’improvvisa interruzione di un messaggio con la soppressione di una sua parte o nell’allusione diretta a qualcosa che viene taciuto (ad es. “Era un tipo che si definisce buono e caro, ma…”).

Da non confondere, però, con l’ulteriore figura retorica della preterizione, che invece consiste nell’affermare di voler passare sotto silenzio una cosa nel momento stesso in cui invece la si nomina, dandole così maggiore rilievo (ad es. “Non vi starò qui a parlare dei gravi precedenti penali che hanno segnato quest’uomo”).

Ovviamente, entrambe le figure rappresentano delle omissioni volontarie…