Il presunto stupro della Circumvesuviana e la retorica dell’avvelenamento del pozzo

In queste ultimissime ore si sta parlando incessantemente della presunta violenza sessuale che sarebbe avvenuta nella stazione della Circumvesuviana nel napoletano.

Numerosi gli interventi – di operatori del diritto, giornalisti e semplici internauti – particolarmente accesi e motivati, seppur al buio di informazioni sugli atti al vaglio della magistratura.

La scarcerazione dei tre indagati ha generato un tale turbamento da far proliferare commenti che prescindevano (necessariamente, data l’assenza di dettagli fino a poche ore fa) da cosa i magistrati avessero dovuto valutare.

Eppure, in molti degli interventi diretti a screditare l’attività della magistratura o anche solo di chi si è posto in maniera attendista nei confronti del caso giudiziario (in attesa cioè di poter valutare maggiori dettagli) è evidente l’uso di uno strumento retorico ben riconoscibile: la fallacia argomentativa c.d. dell’avvelenamento del pozzo.

Le fallacie argomentative, lo ricordiamo (si veda il nostro precedente post), sono degli “errori di ragionamento”, solo in apparenza perfettamente funzionanti. Non si tratta dunque di un qualsivoglia errore argomentativo, ma di un errore che, per la sua stessa struttura, può apparire come non palese e trasformarsi in “persuasore occulto”.

La fallacia dell’avvelenamento del pozzo deriva dall’antica pratica di avvelenare i propri pozzi per bloccare le invasioni degli eserciti nemici ed è presa come esempio emblematico di tecnica tanto semplice da eseguire quanto devastante nei suoi effetti. Dal punto di vista tecnico (retorico), questa fallacia consiste nel negare a qualcuno il diritto di esprimersi in merito ad una determinata tematica, in virtù della sua appartenenza ad un certo gruppo o categoria. E una particolare sua forma è l’accusa di pregiudizio, che si commette quando il pregiudizio che si nutre nei confronti di chi sostiene una tesi prende il sopravvento sulle questioni autenticamente argomentative (ovvero, sul ragionamento). Ad esempio (prendendo spunto dai numerosi commenti che in rete si sono diffusi sul caso del presunto stupro della Circumvesuviana): “Tanto è inutile, la giustizia non esiste quando le vittime sono delle donne”; “Sono sicuramente degli uomini i giudici che hanno scarcerato quegli stupratori, e cosa ci si poteva aspettare?”; “E’ inaccettabile che una donna vittima di abuso subisca anche questo”. Ovviamente edulcorando gli esempi tratti dai social, ben più crudi.

La strategia dell’avvelenamento del pozzo (usata in maniera prevalentemente inconsapevole dalla gran parte degli intervenuti) è un attacco (c.d. ad hominem, ovvero alla persona) preventivo, messo in atto per minare in anticipo la credibilità, mirando alla chiusura della discussione prima di aver sentito le ragioni altrui o aver potuto valutare fatti e atti, e generando e/o alimentando un pregiudizio.

Insomma, è la ricerca dell’effetto senza competenza e abilità. Ma è virale, e nel suo gorgo putroppo cadono in molti.

Anche in questo caso, la competenza retorica, ovvero la capacità di individuare anche ragionamenti solo apparentemente funzionanti, può fungere da sano e gratuito antidoto.