Il PIL dell’Italia cresce grazie alla retorica

Sì, perché parlare di “crescita” con uno striminzito +0,2%, in un contesto drammatico per tanti aspetti, può essere fatto solo attraverso l’uso della retorica e di uno specifico tipo di fallacia (o illusione) argomentativa: quella statistica.

I toni trionfalistici con i quali gli esponenti di punta del governo hanno accolto le recenti stime dell’Istat sulla crescita del prodotto interno lordo (PIL) appaiono alquanto fuori luogo (e non è una valutazione politica). Usando una metafora calcistica, sarebbe come se una squadra speranzosa di lottare per lo scudetto si esaltasse per aver evitato la retrocessione. Gli stessi giornalisti ed analisti economici parlano dell’uso di una retorica per la crescita che non c’è.

Allora Retorica-mente vuole raccontare di più: sì, si tratta di retorica, e in particolare di un tipo di fallacia argomentativa, quella statistica.

Nel ragionamento (lo ricordiamo) la fallacia produce lo stesso effetto di una falsa percezione visiva: sembra funzionare ma, se la si analizza meglio, nasconde un ragionamento solo apparentemente corretto (si vedano i diversi nostri post sull’argomento).

La fallacia statistica (che ha radici molto recenti) acquisisce un particolare connotato di persuasività dovuto al fatto che, in molte occasioni, citare un dato numerico o il risultato di un’indagine statistica conferisce spesso all’informazione un aspetto molto convincente e quasi un connotato di oggettività. In realtà, mostreremo come anche il modo in cui vengono riportate cifre e dati statistici possa essere tendenzioso.

Buona parte delle fallacie statistiche si basa sul fatto che le generalizzazioni (si parla di generalizzazione statistica se dal fatto che una certa percentuale del campione possiede una certa caratteristica si conclude che tale percentuale, relativamente alla stessa caratteristica, si preserva anche all’interno dell’intera popolazione) vengono effettuate in maniera impropria; ovvero, il dato statistico viene utilizzato in relazione a un termine profondamente vago o impreciso. Ad esempio:

Con l’approvazione del decreto si prevede un innalzamento del valore della qualità della vita pari al 12%

(l’espressione “qualità della vita” è talmente imprecisa e così difficile da quantificare, che è praticamente impossibile prevederne in maniera analitica un eventuale innalzamento). Eppure, l’effetto immediato di questa fallacia è colpire il destinatario per la sua ‘positività’.

Mentre le fallacie statistico-semantiche si basano sul significato impreciso di un determinato termine, le fallacie statistico-epistemiche si basano invece sull’impossibilità di verificare il dato statistico che viene riportato. Ad esempio:

Nell’arco di un anno ciascun uomo batte le ciglia in media 8.526 volte”.

In particolare, poi, la tendenziosità finisce spesso per inquinare l’interpretazione dei dati statistici. Infatti, se il dato rappresenta un valore numerico oggettivo e indiscutibile, la sua interpretazione può risultare tutt’altro che oggettiva. Un tipico esempio di statistica tendenziosa è la correlazione indebita, che si commette quando il dato statistico viene riferito omettendo appositamente alcune informazioni al fine di porre sotto una miglior luce il dato che si sta riportando. Ad esempio:

Si delinque meno: le denunce sono calate del 20%

dove si omette che non tutti i reati vengono in realtà denunciati.

E veniamo dunque al tipo di fallacia utilizzata proprio in questi giorni dal Governo, alle prese con l’esigenza di valorizzare un +0,2% di PIL. Si tratta dell’uso congiunto di una fallacia della correlazione indebita (appena esaminata) e della fallacia del due per due uguale a zero, che è quella che si commette quanto si cerca di enfatizzare il significato di un dato statistico basandosi su numeri in realtà troppo piccoli. Sì, perché si enfatizza un aumento alquanto risicato (0,2%), e si omette di segnalare come si tratti peraltro di un dato limitato ad un arco temporale piuttosto breve e che altri indici economici (particolarmente rilevanti) sono viceversa negativi, con conseguenti prospettive non certo di crescita.

Insomma, si invita l’uditorio a guardare il flebile raggio di sole che momentaneamente riesce a passare attraverso nubi temporalesche…

Quindi, se sentite dire in giro che il Paese non è più in recessione ma anzi in crescita, sappiate che dobbiamo tutto ciò alla retorica.