Bugia e menzogna, etica e patetico nelle campagne elettorali senza luogo e senza tempo

“La bugia è un banale giochino di parole, la menzogna è un’operazione della logica, la menzogna politica è una qualità dello spirito, richiede “la predisposizione al malizioso e al miracoloso”, è un territorio vasto che comprende l’inganno, la dissimulazione, la frode, e quel particolare tipo di silenzio di cui si serve talvolta l’inganno. Nelle democrazie la campagna elettorale è un teatro: sul palcoscenico gli attori della politica recitano storie inventate, e il pubblico finge di credere che siano storie vere, e quando assiste a interpretazioni più convincenti delle altre, applaude”.

Tutte queste cose, ci ricordava Carmine Cimmino in un interessante articolo, le ha dette Jonathan Swift, il creatore di Gulliver. Nel 1710 Swift partorì un saggio sull’”arte della menzogna politica”, e Cimmino ci ricorda questo e altre amenità, a cavallo tra logica, dialettica e retorica, citando Catone l’Uticense e Umberto Eco.

Ce lo ricordava un anno fa, prima delle elezioni di marzo. Ma il palcoscenico, oggi, è sempre lo stesso. Perché anche in questa campagna elettorale non c’è una sola maschera: ce ne sono parecchie. Gli attori sanno che nel migliore dei casi non possono andare oltre la bugia, non sono in grado di costruire l’inganno. Sanno che gli applausi verranno dalla “claque” e da quella parte del pubblico che è fatta della stessa pasta degli attori, e che non ha cultura retorica e teatrale. “Gli altri spettatori rimarranno in silenzio e continueranno a sperare che un giorno arrivi in cartellone una compagnia meglio addestrata. Sperano e aspettano. A ben vedere, non sono migliori degli altri”.

Ma le ‘nostre’ campagne elettorali non sono le uniche campagne in cui il ricorso a claque e pance prevale. Si pensi a Trump e al suo “Believe me!” ripetuto come un mantra in tutta la campagna elettorale che lo ha portato alla vittoria, trasformando la politica nella “dittatura della menzogna”. Attaccando tutti e senza mai rispondere nel merito, usando a piene mani (ma in modo, si presume, tecnicamente inconsapevole) fallacie argomentative (“What are?”). Forse un modello globale?

Certamente un modello molto lontano dall’ethos greco, inteso come credibilità dell’oratore e magistralmente fuso – dai migliori oratori – assieme al logos (ragionamento) e al pathos (emozione).

Oggi quel “Believe me!”, dal punto di vista tecnico-retorico, prescinde da logos ed ethos, finendo nel pathos e precipitando nel patetico, perché suscita appunto la consueta, malinconica commozione. Che ci coglie soprattutto durante le campagne elettorali.

Carmine Cimmino, “La campagna elettorale: molti vorrebbero raccontare “menzogne politiche”, ma riescono a “sparare” solo bugie….”, Il mediano.it

Anna Camaiti Hoster, “Trump, il bugiardo”, succedeoggi