A voce alta!

Scrivere è fantastico ma parlare è meglio, perché quando parli e le persone ti ascoltano ti senti come se potessi far tutto, persino conquistare il mondo

Ogni anno all’Università di Saint-Denis, nella periferia nord di Parigi, si svolge Eloquentia, una gara di oratoria che premia “Il miglior oratore del 93”, dove 93 rappresenta il distretto di Seine-Saint-Denis. Gli studenti, provenienti da diversi contesti sociali (l’università è frequentata soprattutto da figli di immigrati e di famiglie non particolarmente abbienti), si preparano ad affrontare la competizione con l’aiuto di consulenti professionisti che insegnano loro la raffinata arte del parlare in pubblico (ovvero, del public speaking).

Durante le settimane, i giovani imparano i sottili meccanismi della retorica, si raccontano rivelando agli altri, ma soprattutto a loro stessi, i propri talenti.

Stéphane de Freitas, fondatore del concorso nel 2012, decide di realizzare un documentario (“A voce alta” – 2017, distribuito in Italia a fine 2018) ritraendo i ragazzi che intraprendono questo percorso formativo. Seguendo i partecipanti durante le lezioni di gruppo e nella loro intimità, de Freitas mette in luce sia il valore politico che privato della parola. Essa infatti contribuisce, contemporaneamente, alla definizione della società e della persona: per questo “A voce alta” riesce a raccontare perfettamente alcuni cambiamenti decisivi avvenuti nella civiltà occidentale e, insieme, evidenziare le difficoltà, l’intelligenza e l’intraprendenza di coloro che prendono parte al torneo.

Si tratta di puro elogio della parola in tempi di trionfo dell’immagine, di orgogliosa difesa della cultura linguistica di fronte agli attacchi che sintassi e grammatica ricevono quotidianamente.

De Freitas ha il merito di indagare, allo stesso tempo, nella vita privata e pubblica degli studenti, evidenziando così come la loro arte sia espressione di ciò che sono e hanno vissuto. Attraverso l’oratoria, essi hanno la possibilità di dimostrare tutte le loro capacità; e poiché “parlare è un combattimento” e “la parola è soprattutto un’arma di difesa personale”, padroneggiare la sua arte equivale per molti a un riscatto, un risarcimento.

Se avessi avuto le parole giusto al momento giusto avrei letteralmente potuto cambiare il corso della mia vita

afferma uno dei concorrenti.

Mostrare quale ruolo fondamentale eserciti la parola nella nostra esistenza e nella nostra società, quale incredibile valore politico e affettivo riesca a veicolare, quale forza e valore nasconda sotto la sua superficie; dimostrare come dietro l’uso della parola si nasconda l’uso che ognuno di noi fa della propria vita, monotona e ripetitiva come chi si limita a usare poche e scontate parole, complessa e ricca di sorprese come chi sa sfruttare fino in fondo tutte le possibilità offerte dalla propria lingua. Queste le sfide, superate, da “A voce alta”.

Senza naturalmente dimenticare che proprio un miglior utilizzo delle proprie capacità linguistiche può permettere quel salto di qualità (e di classe) capace di annullare gli handicap che la nascita ha lasciato a ognuno e che invece la cultura può permettere di superare.

La retorica, lontana dall’essere una pratica old school riservata a una giovane élite di avvocati, è anche una chiave di emancipazione.

La citazione all’inizio del post è tratta dal monologo iniziale del film. Già distribuito alla fine del 2018 in Italia, sarà – si spera presto – disponibile on demand e merita di essere visto.

Recensione di Emanuele Richetti – OndaCinema:

http://www.ondacinema.it/film/recensione/a-voce-alta-la-forza-della-parola.html

La recensione di Paolo Mereghetti – Corriere della Sera:

https://www.corriere.it/spettacoli/18_settembre_17/a-voce-alta-forza-parola-gioco-divertimento-atti-politici-una-nobile-gara-eloquenza-21db72dc-ba91-11e8-978e-190179f216e9.shtml