Prima l’italiano!

Maturità 2019. In un liceo artistico di Milano, gli studenti sono alle prese con la seguente prova di esame:

L’espressione “incriminata” è “salotto-tinello”. Agli studenti milanesi la parola “tinello” (piccola sala da pranzo) suona quasi incomprensibile. Il loro professore di design tuona contro questo linguaggio obsoleto: living! Si dice living, questo è il “tecnicismo” che si usa nel settore.

Che vergogna tinello! Che parola antica! È addirittura italiana… Per una volta che il linguaggio del Miur parla italiano, ecco che un insegnante della capitale dell’itanglese si scaglia contro la nostra lingua in nome di un’anglomania in realtà deficiente. Eh sì, perché la deficienza sta nel fatto che in inglese si dice “living room”! “Living” è solo una decurtazione all’italiana.

Dietro questa scenetta, reale, c’è tutto il dramma dell’italiano. In tempi di sbarchi dei migranti, ci si dimentica totalmente di un problema linguistico che già da tempo mina il Paese e la sua lingua nazionale: lo sbarco degli anglicismi.

L’aumento è senza precedenti, altro che Lampedusa. L’informatica è il settore più compromesso, moltissimi termini non hanno alternative in circolazione e perciò non è più possibile dirlo in italiano. (in ufficio accendiamo il computer, che fino agli anni 90 si diceva calcolatore o anche elaboratore, ma oggi è computer e basta; il mouse non l’abbiamo nemmeno tradotto, mentre all’estero è ovunque “topo”). Il linguaggio aziendale si anglicizza giorno dopo giorno, le professioni sono in inglese, i titoli dei film non si traducono più, la pubblicità ammicca all’inglese, così come l’economia, lo sport, la tecnologia. Per non parlare della televisione, che un tempo ha contribuito all’unificazione linguistica e che oggi divulga invece l’inglese nel suo gergo (fiction, talk show, reality, format, soap opera, share, sit com), nei nomi delle reti (Rai movie, Rai gulp, Rai Premium, Rai News; Paramount, Real time, Discovey channel, Sky) e dei programmi (Voyager, Report, X-Factor e persino The Voice of Italy o Italia’s Got Talent!). Tramite gli anglicismi sui giornali l’inglese entra addirittura nel cuore delle istituzioni e nella politica (question time, premier), nella giurisprudenza (stalking, mobbing), nel fisco (flat tax, spending review).

Perché? Un luogo comune vuole che l’inglese sia una lingua più sintetica. Indubbiamente è vero, ma non è questa la ragione del suo successo. Che senso avrebbe dire misunderstanding al posto di equivoco? Location per ambiente, nomination per nomina, leader per capo? È per risparmiare la “e” finale se diciamo competitor, mission e vision al posto di competitore, missione e visione? No. La verità è che ci piace il suono inglese, lo percepiamo più evocativo, più preciso, più moderno. Più cool (= figo)!. In altre parole, abbiamo un complesso di inferiorità verso l’angloamericano, e siamo convinti che per essere tecnici, o semplicemente moderni, si deve abbandonare la nostra lingua con l’alibi dei tecnicismi.

Trend suona più scientifico di tendenza; newco molto più professionale di nuova società. E così siamo arrivati al punto di inventare suoni inglesi che non sono altro che pseudoanglicismi: no vax invece di anti vaxxer e poi pile, autostop, block notes, slip, beauty case: tutte parole sconosciute in inglese. Così come il basket si dice basketball e lo smoking è solo quello dei divieti di fumare e non un abito da sera. 

Insomma, finiamo col parlare alla Alberto Sordi di “Un americano a Roma”. Con la differenza, però, che lui poi alla fine gli spaghetti se li magna, mentre noi presto potremmo essere costretti a chiamarli in un altro modo più cool.

L’unico esempio di politica linguistica (sbagliata, anche perché strumentale) è stato quello del fascismo che ha tra le altre cose scatenato la guerra alle parole straniere e ai dialetti. Per questo oggi difendere la lingua italiana o ipotizzare una politica linguistica suona come una posizione conservatrice o di destra. Nulla di più falso! Perché nessuno ha da ridire se difendiamo l’italianità della cultura, dell’arte, della gastronomia e delle nostre eccellenze, ma se si estende lo stesso discorso alla lingua si viene etichettati come puristi o fascisti? La difesa della lingua non è né di destra né di sinistra, riguarda tutti noi in modo trasversale. Ogni parallelo tra gli stranieri e le parole straniere è un non senso. Con tutti gli immigrati che ospitiamo, cinesi, albanesi, africani, turchi, musulmani… chi conosce una sola parola di queste lingue? Fuori dalla gastronomia (kebab, wan ton, sushi, falafel) non c’è alcuna contaminazione e interferenza. Invece l’inglese non è presente sul territorio con le persone, ma ci avvolge con la sua forza economica e culturale, e questo imperialismo linguistico ci sta indubbiamente schiacciando.

Uno splendido approfondimento della questione è fornito da Antonio Zoppetti, che per la Hoepli ha pubblicato il volume “Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla”, è autore del blog https://diciamoloinitaliano.wordpress.com, e ha da poco inaugurato il sito www.aaa.italofonia.info: un dizionario in Rete, gratuito e a disposizione di tutti, che raccoglie i 3.500 anglicismi più diffusi con spiegazioni, alternative e sinonimi in italiano.