Le virtù dell’oratore

Secondo la retorica antica, l’elocutio è l’atto di dare forma linguistica alle idee. Individua e insegna le strategie per costruire una formulazione linguistica appropriata agli argomenti trovati grazie all’inventio e collocati secondo una adeguata dispositio.

L’oratore può fare affidamento su due diversi repertori: la copia verborum (“provvista di parole”, ovvero l’intero patrimonio lessicale della lingua) e la copia figurarum (“provvista degli schemi” (in greco schêma significa ‘figura’: difatti si tratta di schemi espressivi), cioè il repertorio delle possibili connessioni tra parole).

Già Cicerone indica quattro principali qualità o ‘virtù’ che l’espressione deve possedere (virtutes elocutionis): aptum(appropriatezza), puritas (correttezza lessicale e grammaticale), perspicuitas (chiarezza), ornatus (eleganza).

Un discorso deve anzitutto essere appropriato allo scopo e alle circostanze (aptum). Rientra in questa qualità l’esigenza di scegliere parole in grado di rispecchiare la natura delle cose (discorso verosimile) e che non offendano il senso morale dell’uditorio (discorso decoroso).

Il rispetto delle norme lessicali e grammaticali (puritas) assicura la comprensibilità linguistica del discorso. Questa virtù impone di impiegare parole, costrutti sintattici ed espressioni conformi all’uso corrente ed eventualmente specialistico. Di fronte ad un eventuale conflitto tra grammatica e retorica, si privilegia quest’ultima (e le figure tipiche dell’ornatus, che talvolta possono forzare il corretto assetto grammaticale e lessicale).

Il requisito della chiarezza (perspicuitas) garantisce al discorso la comprensibilità generale e salvaguarda l’intenzione argomentativa dell’oratore da eventuali rischi di fraintendimento. Non è che anzitutto un riflesso della chiarezza dei pensieri (il piano dell’inventio deve rispecchiarsi in quello dell’elocutio). I rischi da evitare sono rappresentati dall’ambiguità semantica e da quella sintattica (particolarmente attive, come vedremo, nelle fallacie argomentative), e il corrispondente errore per difetto è l’oscurità; ma – si noti bene – è oscuro il discorso che risulta incomprensibile anche perché pronunciato con insufficiente volume di voce, con una dizione confusa, ecc.

L’ultima virtù (ornatus) codifica invece gli aspetti artistici ed estetici del discorso retorico. Requisito importante, benché formalmente accessorio, che nel corso dei secoli si è sviluppato in modo ipertrofico, fino ad occupare l’intero ambito della disciplina e far parlare, negli ultimi decenni, di una retorica “ristretta”, concepita come tecnica dell’espressione verbale o come catalogo di figure retoriche (portando così anche all’accezione negativa di ‘retorico’).

“Quale oratore suscita un brivido negli uomini? Quale oratore è osservato con ammirato stupore? Quale oratore strappa grida di ammirazione? Quale oratore è ritenuto un dio tra gli uomini? L’oratore i cui discorsi sono chiari, ordinati, copiosi, splendidi sia per contenuto sia per forma; l’oratore che anche nella prosa crea un ritmo quasi poetico: questo è lo stile che io chiamo ornato. L’oratore che pronuncia la sua orazione adeguandosi all’importanza dei fatti e delle persone merita lode per quel genere di dote che io chiamo convenienza e congruenza”

Cic., De orat., 3, 14, 53