Perché un “distanziamento sociale” non è corretto

Mesi e mesi passati a ripetere: rispettiamo il distanziamento sociale. Norme e norme che lo impongono. Il linguaggio di tutti che si adegua.

Ma si è mai concretamente riflettuto sul concetto imposto? Cos’è esattamente il “distanziamento sociale”?

Il termine “distanza sociale” è utilizzato principalmente nella sociologia nordamericana degli anni ’30 (in particolare dalla Scuola di Chicago) e riguarda le interazioni sociali tra i soggetti, che poi possono realizzarsi fisicamente. Insomma, la “distanza sociale” è la misura della distanza tra confini sociali.

“Distanza sociale” è dunque un concetto ben diverso da “distanza interpersonale”, termine che individua la distanza “di sicurezza” minima da tenere tra le persone per evitare il contagio. Del resto, la stessa OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) afferma che è ora di abbandonare l’espressione di uso comune “distanziamento sociale” e di sostituirla con “distanziamento fisico”.

Pur essendo fuorviante, l’espressione “distanziamento sociale” viene tuttavia ancora largamente impiegata: dalle leggi (il DPCM 8 marzo 2020, il DPCM 10 aprile 2020 ecc.), dalla politica, dai giornali ecc.

Così, anche in questo caso (analogamente a quello dell’uso della retorica del linguaggio bellico per parlare di virus e pandemia), si utilizza un’espressione metaforica ma scorretta e potenzialmente anche dannosa: è il distanziamento fisico che va perseguito, non certo l’allentamento dei legami sociali o il distanziamento tra classi sociali.

Insomma, si è trattato sin dall’inizio dell’ennesima scelta linguistica quanto meno infelice. Per ignoranza e superficialità.

Vogliamo allora “prendere le distanze” da tutto questo?