La star di Harvard e l’apprendimento a distanza

In Italia forse non è noto, se non a qualche specialista. Ma David Malan è un professore di Informatica ad Harvard, ed è una vera star.

Il suo corso si intitola “CS50” (Computer Science): è il corso più seguito di Harvard ed il più seguito corso online di massa (MOOC) presso edX, con lezioni che hanno avuto audience di milioni di persone.

Ne parliamo su Retorica-mente perché Malan, nella sua comunicazione, è istrionico e particolare, anche se forse è troppo veloce nel parlare. Ma è un punto di riferimento, in generale, il tipo di comunicazione didattica adottata: filma le lezioni di CS50 in alta risoluzione 4K (lo standard per il cinema digitale professionale) al fine di ottenere un’esperienza “alla pari di quello che ti aspetteresti da Netflix”. Malan sostiene anche che l’alto costo di produzione del corso è “parte della sua pedagogia”, consentendo agli studenti che si sintonizzano in remoto di “sentirsi non da meno rispetto all’aula degli studenti del campus”.

Due giorni fa ne ha parlato anche il settimanale americano The New Yorker, in un articolo dove ci si chiede se questa (e noi aggiungiamo: solo questa?) possa essere il futuro della didattica e della sua comunicazione.

Harvard, che ha una dotazione di oltre quaranta miliardi di dollari, può indubbiamente resistere allo sconvolgimento della didattica post-COVID. Una manciata di istituzioni d’élite diventerà dunque dominante, espandendo le iscrizioni online, mentre tutte le altre istituzioni del settore scolastico e formativo verranno schiacciate?

Ci si deve chiedere anche se un singolo docente possa essere in grado, se capace (sul piano dei contenuti specifici e della comunicazione), di valere più di una istituzione: dotandosi di un minimo di mezzi adeguati, facendo una propria audience e divenendo di fatto egli stesso brand.

Di certo c’è anche del buono nella rivoluzione dell’insegnamento di cui Malan è un top player: con l’insegnamento a distanza le distanze si appiattiscono, rendendo possibile la frequentazione di corsi e accedendo a risorse spesso rese difficili da fruire per via della distanza fisica. Rimane poi comunque il problema (necessario) del merito e quello (rivedibile) dei costi.

Di certo, l’università italiana è molto lontana dagli standard di Harvard (fatte poche doverose eccezioni). Ma occorre seriamente pensare che tecnologia e sconvolgimenti pandemici hanno alterato considerevolmente la situazione, evidenziando quanto il mondo sia (nel bene e nel male) più stretto, e la competenza comunicativa un tassello fondamentale.