La parola inglese? Solo per evitare una perifrasi

Nel linguaggio comune imperversano neologismi e termini stranieri che stanno oramai sopravanzando nella frequenza d’utilizzo i corrispettivi vocaboli italiani.

Se alcune parole come “computer”, “marketing”, “sport”, “rock”, “browser”, “smog” effettivamente non trovano un corrispondente efficace nella nostra lingua, ci sono però molti altri termini come ‘workshop’, ‘abstract’, ‘light’ ecc. di cui potremmo benissimo fare a meno, utilizzando i loro corrispettivi italiani.

‘Workshop’? Seminario. ‘Abstract’? Riassunto. ‘Light’? Leggero.

E poi potremmo continuare: anti-age (antinvecchiamento), appeal (attrazione), background (sfondo), badge (tesserino), ticket (biglietto), brand (marca), cash (contanti), coach (allenatore), flop (fiasco), make-up (trucco), meeting (riunione), trend (tendenza) ecc.

Attenzione: non si tratta di una banale presa di posizione sovranista nei confronti di tutto ciò che è straniero. Ben vengano quelle parole che non hanno corrispondenze nella lingua italiana o che consentono di farci risparmiare lunghe perifrasi.

A proposito, cos’è la perifrasi? La perifrasi è una figura retorica (dal greco “giro di parole”) e la sua funzione stilistica è senz’altro quella di evitare la ripetizione di un vocabolo già impiegato con una circonlocuzione.

Ma occorre distinguere tra una circonlocuzione utile o necessaria (ad esempio quando dobbiamo sostituire una parola o evitare di usarla per esigenze di censura verbale o mitigazione) e una circonlocuzione non necessaria e spesso deleteria (quella realizzata per non ripetere una specifica parola circumnavigando comunque intorno ad un concetto con più parole diverse e capaci solo di appesantire il discorso).

In questa seconda ipotesi il ricorso ad un termine straniero che, in assenza di termini italiani omologhi, possegga capacità di sintesi ed efficacia, può essere una buona soluzione.

Ma se dobbiamo dire ‘biglietto’ e tendiamo ad usare ‘ticket’ non siamo sulla buona strada.