“C’è la parola adatta, perché non la dobbiamo usare?”

 In “Ditegli sempre di sì”, commedia di Eduardo De Filippo del 1927, il dramma del protagonista Michele consiste nella ‘parola’ che non viene usata nel suo significato proprio ma in quello metaforico. Michele reclama l’uso delle parole appropriate, quasi per avere la sensazione di impadronirsi del vero senso delle cose:

“C’è la parola adatta, perchè non la dobbiamo usare?”.

Michele sembra credere che, grazie alle parole giuste, il senso delle cose sia conquistabile e si possa così superare l’isolamento per comprendersi e dialogare.

Un De Filippo alle prese con i meandri della mente umana tra “normalità” e “pazzia”, dove la prima si ritrova nel discorso ‘piano’, nel ricorso al letterale, e la seconda nel discorso figurato, fatto di metafore che portano ‘altrove’. Per il suo protagonista, il mondo dei “sani” è troppo complesso per essere ricondotto a ragione, troppo pieno di incongruenze e garbugli, tanto da sembrare più caotico di un manicomio, e il linguaggio è altrettanto ambiguo, e gli uomini lo usano per vestire con le parole le contraddizioni del vivere, in modo da renderle meno imbarazzanti e socialmente più accettabili.

A ben guardare, quel che De Filippo realizza (qui ma anche altrove) è proprio un’unica, grande metafora sul linguaggio e sull’incomunicabilità.

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