“Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo. Figure retoriche e memoria dell’8 settembre 1943

“Alle fronde dei salici” di Salvatore Quasimodo è stata composta e pubblicata per la prima volta su una rivista nel 1946, per poi essere inserita nella raccolta “Giorno dopo giorno” del 1947. La poesia è stata scritta in seguito all’armistizio con le truppe anglo-americane (8 settembre 1943), durante l’occupazione nazista di Milano.

La riflessione di Quasimodo è volta al significato e al ruolo della poesia stessa, muta e priva di valore dinanzi all’orrore e al dolore provocati dalla guerra.

E come potevano noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Numerose le figure retoriche presenti nel testo, anzitutto metafore (triste vento, lamento d’agnello dei fanciulli, piede straniero). “Piede straniero” può anche rappresentare una metonìmia: si riferisce all’attacco tedesco e la sua avanzata nell’Italia centro-settentrionale, appunto l’8 Settembre 1943. Il piede rappresenta la dominazione straniera (tedesca) che schiaccia il cuore delle vittime innocenti.
L’agnello, di cui si parla nella seconda metafora, ricorda l’agnello, vittima sacrificale, della Bibbia (il pianto dei bambini è dunque innocente come la figura sacra dell’agnello).

L’ultima metafora “triste vento” evidenzia la sofferenza causata dal male.

Ma c’ anche posto per l’analogia: “erba dura” nel senso che è ghiacciata dal freddo.

E poi, ancora, per la sinestesia “urlo nero”: l’autore esprime l’urlo disperato ed angoscioso della madre, ‘nero’ perché è già impregnato dell’oscurità della morte.

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